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24-02-2018
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25-02-2018
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11-03-2018
  Ezio Bosso & FORM
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  MOSAICI MUSICALI - Casa Museo Osvaldo Licini - Monte Vidon Corrado
17-03-2018
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18-03-2018
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23-03-2018
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25-05-2018
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31-05-2018
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01-07-2018
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14-10-2018
  Mosaici Musicali 2018
07-01-2018 h 17:15
Montegranaro (FM)
Teatro La Perla, Via Giulio Conventati, 6
Intero euro 10,00 - Ridotto euro 7,00 (over 60, Marche Jazz Card) - Ridotto studenti euro 1,00






CANTO CLARINETTO E PIANO
Musiche di: W.A. Mozart, F. Schubert, G.Rossini

Stefania Donzelli (soprano)
Stefano Ricci (clarinetto)
Vincenzo De Blasis (pianoforte)
    


Programma clarinetto, soprano, pianoforte

W.A. Mozart: da Le nozze di Figaro “Giunse alfin il momento..Deh vieni, non tardar”

W.A.Mozart: Dans un bois solitaire

A. Mozart: da La clemenza di Tito “Parto, ma tu ben mio” (soprano, clarinetto,pianoforte)

Strauss: Zueignung

Schubert: Grätchen am Spinnrade

Schubert: Der Hirt auf dem Felsen (soprano, clarinetto, pianoforte)

Rossini: La promessa

Rossini: da La gazza ladra “Di piacer mi balza il cor”

Hahn: da Venezia “Che peca’”

Puccini: da La Bohéme “Si, mi chiamano Mimì”

C. Beach: Ah love but a day

Bolcom: George

Laitman: Dreaming

 

ARIE, LIEDER, SONGS: MA… SONO SOLO CANZONETTE?

 

Qualcuno non più giovane, come lo scrivente, ricorderà il verso che dà il titolo a queste note di sala, tratto dall’omonima canzone di Edoardo Bennato, qui però declinato in forma interrogativa. Il mio intento è provocatorio, come il testo del cantautore napoletano; ma la risposta alla domanda sarà quella che ciascuno vorrà dare traendo le proprie conclusioni da quanto avrà ascoltato. Fatte le necessarie distinzioni storico-estetiche, il concerto di oggi è infatti una rassegna di brani molto piacevoli, si può dire senz’altro “leggeri”, legati a gusti musicali diversi di secoli assai diversi tra loro: dalla fine del ’700 a quella del ’900. Alcune sono arie d’opera italiane, altri sono lieder tedeschi, altri ancora songs americani; una sola melodia è in francese e un’altra in veneziano. Bisognerebbe avere sotto gli occhi i testi dei brani, magari anche la traduzione italiana, per cogliere le più sottili sfumature di una musica intimamente legata alla parola. Ma ciò non è possibile, e perciò ci si dovrà accontentare di notizie spicciole su testi, poeti e compositori.

Da due delle grandi opere italiane di Mozart sono state tolte due altrettanto famose arie. La prima dall’atto IV delle “Nozze di Figaro”, preceduta da un breve recitativo, è cantata da una Susanna adescatrice nello stile cullante di una dolce serenata notturna; ella infatti attira il Conte in una trappola amorosa, tesagli nottetempo in giardino. “Parto, ma tu ben mio” è invece un’eroica e impegnativa aria di bravura dalla “Clemenza di Tito”, tagliata su misura per Domenico Bedini, soprano della S. Casa di Loreto, che interpretò con successo la difficile parte di Sesto (unico ruolo di castrato nell’opera) a Praga nel 1791. Qui la voce gareggia in acrobatici virtuosismi con il clarinetto obbligato. L’ultimo brano mozartiano non è operistico, ma una di quelle isolate arie da camera che allora venivano richieste per uso privato dai dilettanti: nel caso, dalla figlia del flautista dell’orchestra di Mannheim, Auguste Wendling, la quale nel 1778 volle da Mozart una seconda “arietta francese”, dopo averne già avuta una.

Con Schubert siamo in pieno clima romantico. Il compositore austriaco, pur nella sua breve vita, è stato un prolifico autore di lieder: ne scrisse più di 600, su testi di poeti a lui contemporanei. Tra i suoi preferiti Wilhelm Müller, coautore dei due maggiori cicli liederistici schubertiani (“La bella mugnania” e “Viaggio d’inverno”), di cui però ascolteremo “Il pastore sulla roccia” (1828), una lirica che parla di un pastore che dalle cime dei monti lancia con forza il suo canto verso le più remote profondità della valle, dove dimora la sua amata; gli torna indietro l’eco, affidato nella versione musicale al clarinetto. Solo con l’arrivo della primavera (verso la fine l’andamento del brano muta in Allegretto) rinasce in lui la speranza di intraprendere il cammino che lo porterà a rivedere il suo amore. “Margherita all’arcolaio” è la protagonista femminile del “Faust” del grande Goethe, immortalata sul fronte musicale da Schubert mentre fila la lana e insegue con la mente contrastanti pensieri: ha perso la pace perché si è innamorata di Faust. Si noti l’accompagnamento pianistico, che rende il faticoso avviarsi, prima, e l’andamento regolare, poi, dell’antico strumento per filare, azionato da una ruota a pedale.

Rossini non ha bisogno di presentazioni, ma i suoi due brani forse sì. “La promessa” non è un’aria d’opera, ma la prima delle 12 romanze cameristiche de “Les soirées musicales” (1835); un’aggraziata canzonetta “col da capo” basata su due convenzionali strofette amorose del Metastasio (stupisce che questi versi fossero ancora intonati un secolo dopo essere stati composti). È tolta invece dall’opera semiseria “La gazza ladra” (Milano, Teatro alla Scala, 1817) l’aria “Di piacer mi balza il cor”, con cui la serva Ninetta, che sarà ingiustamente accusata di aver rubato un cucchiaio d’argento sottratto invece dall’uccello che dà il titolo all’opera, esprime la sua felicità per il ritorno dell’amato Giannetto. Su “Mi chiamano Mimì”, dalla “Bohème” di Puccini (Torino, Teatro Regio, 1896), non c’è davvero nulla da dire, tant’è conosciuta: solo da ascoltare!

Nel 1885, un Richard Strauss ventunenne musicò una breve poesia di Hermann von Gilm, intitolata “Dedica”. Il brano è inserito nella prima raccolta di otto lieder pubblicata nello stesso anno dall’esordiente compositore come Op. 10 e dedicata al tenore Heinrich Vogl, il principale cantante dell’opera di corte monacense.

Che pecà!”, su testo in vernacolo di Francesco Dall’Ongaro, è la quinta delle sei canzoni in dialetto veneziano che compongono la raccolta intitolata “Venezia”, musicata da Reynaldo Hahn (1874-1947). Il musicista venezuelano, di origine ebrea e poi naturalizzato francese, era già famoso a 14 anni per le sue canzoni; e, più tardi, lo fu ancora di più per aver avuto una relazione sentimentale con Marcel Proust.

Per finire tre americani. La pianista e compositrice Amy M. Beach (1867-New York 1944), sulle soglie del 1900, musicò “Tre canzoni di Robert Browning” (Op. 44): la seconda di esse (“Ah, l’amore, ma un giorno”) presenta languide e cromatiche atmosfere jazz, che anticipano quelle gershwiniane. Alla fine degli anni ’70 del ’900, William Bolcom (Seattle 1938, vivente), ha messo in musica alcuni testi di Arnold Weinstein, tra cui la canzone “George”. Ispirandosi al modello cabarettistico di Brecht e Weill, vi narra con ironia un po’ macabra la storia di una “drag queen”, un uomo che si sente donna (“… chiamami Giorgia”, dice all’amico), il quale, vissuto in un’epoca in cui la chirurgia non poteva ancora aiutarlo, finisce vittima dell’odio omofobo. Nel pezzo, curiosamente, si cita una celeberrima aria pucciniana che l’ascoltatore individuerà subito. Lori Laitman (Long Beach 1955, vivente) ha creato canzoni d’arte largamente conosciute sia negli Stati Uniti sia all’estero. Nel 1992 una sua amica cantante (soprano) la spinse a scrivere un brano divertente, nel ritmo di uno scanzonato ragtime. Il risultato è stato “Sognando”, una delle poche canzoni di cui la Laitman ha scritto anche il testo (altrimenti ha preferito rivolgersi alle poesie di Emily Dickinson).

Paolo Peretti

 

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